Allevamento e riproduzione di Mikrogeophagus Ramirezi

Mikrogeophagus Ramirezi è stato sempre un mio cruccio. Ricordo che ospitai una coppia di Ramirezi classici insieme ai miei Discus e nonostante la loro bellezza e i propositi riproduttivi manifestati più volte, non ho mai avuto la fortuna di osservare una deposizione e, ancora meglio, una riproduzione completa.

Spinto da queste considerazioni, ho ritenuto di riprendere il discorso lasciato in sospeso con i Ram dedicando loro una vasca da 200 litri netti (120x40x50). Volevo ospitare dei ciclidi nani, arrivando perché no, anche a qualche riproduzione. E la scelta alla fine è ricaduta proprio sui Ramirezi per i motivi di cui sopra. Tralascio tutte le considerazioni riguardo l’etimologia del nome, la loro classificazione e tutto ciò che concerne il luogo di origine e provenienza: non perché non siano nozioni e informazioni importanti, ma ritengo che sia possibile acquisire queste conoscenze tranquillamente in rete o in alcuni testi. In questo articolo, invece, vorrei andare subito al sodo riguardo l’esperienza che ho avuto nella mia vasca, senza tediare il lettore con informazioni che può acquisire ovunque.

Detto questo, è bene però indicare come ho allestito la vasca per adeguarla alle esigenze dei Ramirezi. Innanzitutto partiamo col dire che i Ram amano acqua acida, tenera e molto pulita: diffidate dai negozianti che vi diranno che staranno benissimo in acqua di rubinetto, a meno che riteniate che un ottimo risultato sia quello di far vivere, anzi meglio, sopravvivere, i vostri pesci per qualche settimana. Pertanto ho avviato la vasca tagliando la mia acqua di rubinetto con acqua di osmosi nella ragione del 70%, ottenendo così un kh pari a 3 e un gh pari a 5. Acqua tenera dunque. Il kh basso mi ha permesso di modificare il ph a mio piacimento inserendo un elemento capace di acidificare l’acqua: la mia scelta è ricaduta non sulla torba, ma sulla co2, per il semplice fatto che ho deciso di piantumare molto la vasca. Ritengo che i fitti nascondigli creati dalla vegetazione e dai legni sia di quanto più importante per mettere a proprio agio i nostri amici. Ovviamente, l’erogazione di co2 viene regolata da un ph metro con elettrovalvola, che settato a 6.5, arriverà ad erogare fino al raggiungimento del valore 6.4, per poi tornare ad erogare nel momento in cui il valore raggiunge quota 6.6. Praticamente in questo modo ottengo il valore 6.5 costante. Questi valori, oltre ad assicurare acqua tenera ed acida, determinano anche una concentrazione ottimale di co2 che può far crescere in maniera rigogliosa le piante senza però avvelenare i pesci.

Il layout è stato studiato dividendo la vasca in due sezioni: a separarle ho inserito un legno di grandi dimensioni con una buona presenza di Vescicularia Dubyana. Questa pianta può ospitare al suo interno tanti piccoli microorganismi che possono essere utili nel caso di riproduzione per la crescita degli avannotti. Nella sezione di destra invece ho creato un boschetto (col senno di poi, molto gradito ai Ram) di Limnophila Sessiliflora, anticipata da una piccola presenza di Cryptocoryne wendtii brown, e steli di Hydrocotyle leucocephala nella parte estrema. Qualche Echinodorus bleheri completa questa sezione: più che altro sono state inserite in quanto avendo foglia larga possono essere un gradito substrato di deposizione.

La parte sinistra invece, è praticamente speculare se non per la sostituzione della Limnophila sessiliflora con la meravigliosa Rotala rotundifolia, una pianta che amo a prescindere. Anche in questo caso la creazione di un boschetto svolge un notevole effetto rifugio ogni volta che i pesci vogliono un po’ di tranquillità. Qualche aggiunta di Anubias barteri var. nana ha completato questa parte della vasca. In poche parole, questo è il risultato finale.

Devo dire che un altro elemento inserito non casualmente in questo contesto è stata la classica noce di cocco, tuttavia fatta in quattro pezzi e disposta in maniera sparpagliata tra la fitta vegetazione o in luoghi nascosti: due le ho messe ai lati della vasca, un’altra dietro il tronco, ed un’altra ancora nel lato sinistro del tronco. L’importante è sistemarle con il lato concavo rivolto verso l’alto in modo che formino una sorta di piccola culla di raccolta per le uova. Essendo poi materiale naturale non altera per nulla le condizioni fisiche dell’acqua e soprattutto viene apprezzata dai Ram per la superficie liscia e accogliente. L’unica accortezza è quella di farla bollire per qualche minuto prima di inserirla in acquario.

Per quanto riguarda il resto, il termoriscaldatore è stato settato sui 28 gradi: i Ram, oltre che acqua acida, tenera e pulita, la vogliono anche calda! Una delle cause più frequenti di sviluppo di patologie deriva proprio da temperature non appropriate: con questo voglio dire che spesso questi poveri pesci vengono etichettati come delicati, quando invece commettiamo noi l’errore di tenerli a 24 gradi!

Il fotoperiodo invece è stato settato più per le esigenze delle piante che per i pesci: 9 ore al giorno con due neon t5 da 39 watt a 18.000 kelvin. Si. Avete capito bene…18.000…lampade attiniche. Personalmente mi sono sempre trovato bene con questo tipo di lampade per la crescita delle piante. E’ vero che non lasciano spazio al minimo errore, altrimenti ti ritrovi la vasca piena di alghe, ma se hai una gestione oculata dell’acquario le piante ringrazieranno parecchio! Comunque tutto ciò ha prodotto una luce media, quindi non forte e fastidiosa per i Ram, che in ogni caso vista la vegetazione, hanno a disposizione molte zone di ombra dove rilassarsi.

La vasca così allestita è stata messa in maturazione per circa un mese e mezzo: è molto importante fornire ai Ram acqua pulita, nel senso che il potere filtrante del filtro deve essere ottimale e quindi è importante farlo arrivare a maturazione prima dell’inserimento dei pesci. Nel corso della maturazione, per avviare il funzionamento del filtro, ho inserito solo cinque Caridine ex japonica che comunque mi hanno aiutato a mantenere a bada le alghe nell’immancabile picco di nitriti.

Arrivato finalmente il momento dell’inserimento dei pesci mi sono trovato difronte alla prima vera domanda: inserire cinque elementi giovani ed aspettare che si formi una coppia, oppure procedere con un maschio ed una femmina e tentare la riproduzione nel breve periodo? Spinto dalla voglia di riprodurre subito ho scelto la seconda opzione: ho acquistato e inserito con successo una coppia di Ramirezi gold con cinque Otocinclus affinis come target fish. Diciamo che l’ambientamento è andato alla grande e i Ram hanno subito messo in mostra colori meravigliosi nel giro di qualche giorno. Ho cercato di alimentarli in maniera varia e ottimale: personalmente utilizzo la linea della Blu line, per me insuperabile. A parte un mangime di base, ho somministrato il Marine & Discus, molto proteico, e una parte vegetale con spirulina. Chiunque ha visto dal vivo i miei pesci è rimasto davvero colpito. Mangime di ottima qualità e vario.

L’unico vero problema è stata l’aggressività forte e improvvisa del maschio: è pur vero che sono ciclidi e quindi sono pesci con carattere, ma una violenza del genere non l’ho mai riscontrata in nessuna esperienza di altri acquariofili. Nello specifico ha fatto fuori tutti gli Otocinclus (alcuni continuava a beccarli anche dopo averli uccisi), e nonostante i molti nascondigli ha praticamente condotto allo stress più totale la femmina che probabilmente incitava alla riproduzione, pur non essendo la poverina ancora pronta. Alla fine ho dovuto annotare il decesso della femmina.

Il maschio dopo qualche settimana di solitudine probabilmente ha acquistato una certa tranquillità: dopo aver inserito una femmina Electric blu (l’unica disponibile nell’unico negozio della mia città), ha dimostrato un atteggiamento completamente diverso. Molto più tollerante e sicuramente più in sintonia con la nuova arrivata.

Una volta ambientata, la femmina ha subito gradito il mio protocollo di alimentazione, evidenziando colori meravigliosi e soprattutto col tempo una forma più arrotondata. In realtà si stava preparando alla prima deposizione, con ventre evidentemente gonfio. Il tutto dopo solo un paio di settimane. Nel giro di qualche giorno l’ovodepositore ha cominciato a vedersi in maniera molto evidente, segno che l’evento si stava avvicinando. A corredo di questa sensazione potevo osservare entrambi pulire con vigore il pezzo di noce di cocco al lato del tronco di legno. Era il segno evidente che la prima deposizione era vicina.

La cosa che più mi ha colpito è l’atteggiamento del maschio nella settimana prima della deposizione: lasciava l’accesso al cibo prima alla femmina e poi mangiava lui, la corteggiava con parate evidenti e tremolii della livrea. Tutto un altro tipo di atteggiamento rispetto alla femmina precedente.

E finalmente il giorno arrivò. Scoprirò poi con l’esperienza che tenderanno a deporre sempre un’ora prima dello spegnimento delle luci. E non a caso verso le 21:00 osservai entrambi pulire bene la noce scelta e la femmina produceva le prime prove strusciando l’ovodepositore sulla superficie liscia mentre il maschio interessato pattugliava la zona. Poi finalmente ecco le prime fila di uova: appena sistemate il maschio passava a sua volta dopo la femmina per fecondare. Hanno impiegato quasi cinquanta minuti per la deposizione completa e alla fine la noce era piena di uova bianche, quasi trasparenti, sistemate in maniera ammirevole su tutta la superficie.

Al termine il maschio ventilava le uova con movimenti veloci delle pinne. Si alternava in questa operazione con la femmina: quando non era lui intento nel ventilare, pattugliava la zona con grande attenzione. Tutto sembrava essersi incanalato nella giusta direzione. E invece no. Il mattino successivo le uova erano ancora lì, qualcuna era stata rimossa in quanto imbiancata causa non fecondazione, ma la cosa strana era che il maschio scacciava la femmina con vigore e voleva assumersi la cura delle uova in maniera esclusiva. Lì per lì pensai “poco male…ci penserà lui…” e invece dopo qualche ora potevo osservarlo vagare per la vasca come se niente fosse riprendendo la sua normale “vita d’acquario”. Anche la femmina non manifestava più interesse per le uova: in questa situazione dopo qualche ora delle uova non c’era più traccia.

Ho assistito a questa situazione, in maniera identica per ben otto volte. Sapevo che la coppia una volta formata doveva maturare molta esperienza per portare a termine con successo una covata, ma non immaginavo il fallimento per tutte queste volte. Mi chiesi perché il maschio perdeva interesse per le uova: problemi di fecondità? Attacchi batterici alle uova? Funghi aggressivi? Doveva esserci per forza un motivo che lo spingesse ad abbandonare le uova etichettandole come “non schiudibili”. Allora decisi di procedere per gradi: la prima cosa escludere problemi di fertilità.

Quindi, la volta successiva, constatata la solita situazione, ho prelevato le uova che rimanevano sulla noce di cocco e le ho semplicemente isolate in una classica sala parto per poecilidi. Non ho applicato nessuna cura. La maggior parte sono imbiancate e attaccate dai funghi ma tre sono arrivate alla schiusa: le larve poi sono state portate via dalla corrente fuori dalla sala parto e avranno fatto sicuramente una brutta fine. Ma quello che a me interessava era verificare che il maschio fecondasse. E cavoli se lo faceva!

Per escludere le altre problematiche decisi di prelevare le uova, sempre abbandonate, e posizionarle dentro una caraffa di plastica. La caraffa veniva inserita all’interno di una vaschetta con la stessa temperatura della vasca di origine, ovvero 28 gradi. All’interno della caraffa un tubino dell’areatore, sistemato al lato opposto delle uova, garantiva il movimento adeguato: ho anche aggiunto tre gocce di blu di metilene per evitare problemi batterici.

Dopo 24 ore potevo osservare chiaramente i puntini neri degli occhietti all’interno delle uova: quindi tutto procedeva bene questa volta. Qualche uova bianca invece cominciava a circolare. Il problema è che non era la non fecondazione la causa (in quel caso si sarebbero manifestate entro 16/18 ore): quindi cosa le imbiancava? Ho visto chiaramente imbiancare uova che prima avevano “gli occhietti”, quindi qualcosa uccideva le larve dentro le uova. Attacchi fungini. E ovviamente in questo il blu di metilene non aiutava. Seppi successivamente che alcuni ad esempio utilizzano un medicinale, il Dessamor, per evitare situazioni del genere. Il terzo giorno tutte le uova erano praticamente morte. Il tentativo fu un fallimento totale.

Come evitare quindi una cosa del genere? L’amico Sergio Torterolo dell’Associazione Italiana Ciclidofili mi ha suggerito in maniera molto ragionevole che all’aggiunta del blu di metilene occorreva però seguire con la rimozione immediata delle uova imbiancate. Solo così potevo evitare che le ife raggiungessero anche le uova ancora buone, evitando la morte delle larve all’interno. Praticamente è necessario sostituirsi in tutte le attività svolte in natura dai genitori, compresa appunto la rimozione delle uova imbiancate. Decisi allora di fare un ultimo tentativo, ma stavolta mi organizzai in maniera diversa.

Volevo che tutto il processo fosse meno traumatico possibile e gestibile all’interno della vasca di concepimento. Acquistai una bettiera (piccolo OT: come si fa a pensare che un pesce possa stare in una trappola del genere è per me una cosa inconcepibile!), e con molta prudenza e pazienza ho applicato due fori nella parte posteriore. Successivamente ho inserito due ventose per permetterne l’ancoraggio all’interno del vetro frontale della vasca. Molto importante è stato riscaldare con un accendino le punte utilizzate: questo ha permesso la formazione di buchi precisi ed ha evitato che la plastica si spaccasse.

Essendo chiusa la bettiera, era necessario applicare una sorta di piccola grata per la fuoriuscita dell’acqua: infatti nel mio progetto era prevista anche la presenza di un piccolo filtro ad aria che ancorato nella parte laterale dell’acquario pescava acqua dalla vasca e la riversava dentro la bettiera, per poi farla uscire da una piccola grata. In questo modo ho pensato di avere sempre un ricircolo notevole dell’acqua, un’ossigenazione ideale e caratteristiche fisico-chimiche dell’acqua identiche a quelle della deposizione. Così riscaldando una punta di taglierino ho formato la grata di deflusso dell’acqua.

Per evitare però che le larvette una volta in nuoto libero potessero uscire, ho applicato a contrasto con l’apertura un quadratino di  spugna a grana media, tenuta in alloggiamento da un paio di elastici. Ho alloggiato il tutto e provato tenuta e deflusso dell’acqua. In definitiva questo è stato il risultato.

La riproduzione successiva, molto copiosa in verità, o comunque più copiosa delle altre volte, manifestava lo stesso andamento delle altre volte. Ho prelevato le uova adagiate sul pezzetto della noce di cocco e le ho inserite nella bettiera.

Azionato il flusso d’acqua potevo osservare le bollicine lambire dolcemente le uova e poi defluire dalla grata. L’ossigenazione e il movimento d’acqua sembravano perfette.

Questa volta ho spruzzato il blu di metilene direttamente sulle uova utilizzando una comunissima siringa. Ho lasciato inattivo il filtro durante l’operazione per qualche minuto.

Caratteristiche chimiche dell’acqua inalterate, ottima ossigenazione, disinfettate, continuo deflusso di acqua nuova. Nonostante questo dopo 15 ore quattro uova erano imbiancate: questa volta, forte del consiglio di Sergio, con molta pazienza ho utilizzato una siringa da 5 ml, con ago finissimo, e come se stessi facendo un’operazione a cuore aperto, ho rimosso le uova. Operazione difficile e delicata, perché le uova sono tutte attaccate tra loro e la percentuale di rischio di danneggiare anche quelle buone è alta. Però ad onor del vero alcune una volta infilzate venivano via con l’ago, altre invece no, e quindi dovevo procedere con un piccolo raschiamento solo sull’area che occupava l’uovo da rimuovere. Insomma, se non avete pazienza, lasciate perdere.

Qualche ora dopo ho rimosso una quinta uova imbiancata. Il giorno successivo altre sei. Dopodichè tutte le altre, e parliamo ad occhio di un centinaio di uova, mostravano tutte una colorazione più scura, quasi marroncina e vedevo chiaramente gli occhietti. Dopo ogni rimozione di uova bianche applicavo una leggerissima spruzzata di blu di metilene.

La fatica è stata però ricompensata. Dopo due giorni dalla deposizione le prime uova si sono schiuse e 5 larvette sono saltate via dalla noce di cocco. Nel giro di un’ora si sono schiuse tutte le altre, a due ore dallo spegnimento delle luci. L’emozione di vedere tutto quel brulicare è stata davvero tanta, ed ha ripagato gli sforzi fatti nei giorni precedenti. Nel video che segue vedete il momento della schiusa: alcune larvette sono già sul fondo, altre attaccate al bordo della noce e tutte le altre, se siete osservatori attenti, le vedete brulicare dentro la noce.

Il secondo giorno della vita larvale tutte le larve erano posizionate sul fondo della bettiera ed avevano abbandonato la noce di cocco: alcune si posizionavano sulle pareti, altre preferivano sostare sul fondo. Potevo osservare chiaramente il sacco vitellino, di colore tra il giallo e l’arancio, che avrebbero consumato nel giro di 4/5 giorni.

In questa fase l’osservazione è fondamentale per verificare l’andamento della situazione. In base all’assorbimento del sacco vitellino potete regolarvi sulla preparazione dei naupli di artemia, perché appena si verifica il primo nuoto libero, gli avannotti, ormai non più larve, devono essere nutriti anche 5 volte al giorno. E i naupli sono l’alimento migliore. Personalmente ottengo schiuse in 19 ore, utilizzando acqua ad osmosi e salinità di 35gr al litro in temperatura ambiente, quindi in alcuni casi ho dei periodi di attesa in cui somministro uova decorticate. La prima settimana di alimentazione è fondamentale per la futura crescita degli avannotti: evitate cibo micronizzato che può produrre blocchi intestinali e una forte perdita di avannotti. Verrà il suo momento molto più in là.

Dopo cinque giorni dalla schiusa ho potuto osservare il primo nuoto libero. Le larve si sparpagliano nella vaschetta e nuotano vivacemente alla ricerca del primo pasto.

Qui sono sorti i primi problemi sull’assetto che ho creato. L’afflusso di acqua, per quanto minimo con un ricircolo costante, ha comunque fatto danni. A ritorno dal lavoro ho trovato il 70% delle larve ammassate dentro la spugna. Praticamente impossibile salvarle. Con rammarico ho fatto la conta degli avannotti rimasti: una quarantina. Ho cercato di ovviare al problema avvolgendo la spugna in una calza di nylon da donna, ma nonostante questo la situazione non è migliorata.  Alla fine la soluzione è ricaduta su quello che doveva essere preso in considerazione sin dall’inizio: una spugna a grana finissima.

Altra problematica fortemente sottovalutata è l’alimentazione dei primi giorni di nuoto libero: ero convinto che gli avannotti avessero mangiato i naupli, ed invece con mio rammarico ho dovuto constatare che non è così. I primi giorni di nuoto gli avannotti sono ancora troppo piccoli per i naupli e se non si è pronti con altro la cosa è un problema insormontabile e determinerà sicuramente altre perdite. In una vasca ben matura gli avannotti trovano facilmente infusori vari per tamponare i primi giorni e i primi pasti, ma in una vaschetta come la mia la situazione è ben diversa. Solitamente si utilizza un mangime liquido per avannotti, ma non sempre ha i suoi effetti, e anzi in molti casi i danni provocati dall’inquinamento dell’acqua sono di gran lunga maggiori dei benefici del pasto. Non avendo neppure una soluzione del genere tra le mani, non ho fatto altro che inserire nella vaschetta un ciuffo di vescicularia, sperando che al suo interno gli avannotti avessero trovato microorganismi di cui nutrirsi. Quindi, questa è un’altra annotazione importante: i primi giorni di nuoto gli avannotti non possono essere nutriti con i naupli (come pensavo), ma necessitano di infusori. Munitevi quindi per tempo, o con la classica buccia di banana o con altri composti commerciali che onestamente non conosco.

Con le dovute accortezze sono riuscito ad andare avanti e alla fine una volta superata la prima settimana di nuoto libero diciamo che gli avannotti mangiano naupli di artemia in maniera vorace e continua, decretando di fatto il pieno successo per la loro crescita. Li vedrete diventare più paffutelli, con il ventre arancio quando lo riempiono di artemia. Arrivati a questo punto il periodo critico è passato e non dovete far altro che assicurare ottima e varia alimentazione per vederli crescere nel loro splendore e assomigliare sempre di più ai propri genitori.

Questa è stata di fatto la mia esperienza diretta sulla riproduzione dei ramirezi: cosa ne penso davvero? Beh, devo dire che non posso etichettare questa esperienza come un successo: per come vedo io le cose e per come vivo io l’acquariofilia, devo dire che il vero successo sarebbe stato osservare i genitori portare avanti la covata, applicare le cure parentali e godere di tutte le fasi di crescita degli avannotti accanto ai genitori. Al contrario, mi sono dovuto accontentare dell’esperienza dell’allevamento in artificiale. E onestamente non è la stessa cosa. Certo, anche questa esperienza, per me del tutto nuova, è stata molto appagante in quanto ho potuto conoscere un aspetto del nostro hobby che non avevo mai assaporato, e grazie al forum di Ciclidi.net ho conosciuto persone preparate e molto disponibili che mi hanno accompagnato nella mia piccola avventura. Non so se è vero che ormai i Ramirezi abbiano perso completamente le cure parentali o se sono stato semplicemente sfortunato io, tra l’altro avendo scelto delle varianti commerciali che più “deviate” non si può! Ma in ogni caso, riprodotti o no, i Ramirezi sono dei pesci meravigliosi e simpaticissimi, che almeno una volta nella vita, ogni acquariofilo dovrebbe avere nelle propria vasca. E non solo per gli splendidi colori o per i comportamenti particolari: sono pesci di straordinario fascino. Tutto questo a patto di concedere loro le condizioni migliori in acquario. E vi assicuro che se lo farete non ve ne pentirete affatto!

CONTENUTI AGGIUNTIVI

Nei video seguenti potete ammirare meglio le fasi della schiusa delle uova e del successivo raggiungimento del primo giorno di nuoto libero: il tutto durante il secondo tentativo, purtroppo forzato, di allevamento in artificiale. Questa volta il sistema è organizzato diversamente: ho applicato un breeding box esterno con continuo ricircolo dell’acqua prelevata dalla vasca principale. Questo assetto mi permette di poter effettuare le operazioni di manutenzione dell’acquario senza dovermi preoccupare troppo della presenza di vaschette interne come accadeva invece nella prima esperienza.

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