Discus: Diario di una riproduzione

Dopo tanti anni finalmente ho avuto la possibilità di ospitare di nuovo il Re in acquario. Questa volta però l’intento principale non è stato più quello di un corretto allevamento, ma quello di iniziare e concludere un percorso riproduttivo di successo. La cosa, che ovviamente non è per nulla banale, nonostante oggi l’evoluzione dell’acquariofilia moderna concede maggiori percentuali di successo che non in passato, mi ha posto subito difronte ad un quesito iniziale: riproduzione classica o artificiale?

Ho sempre pensato che la natura abbia meccanismi perfetti che l’uomo per quanto si possa sforzare difficilmente riesca a riprodurre con la stessa bellezza ed efficacia e quindi ho sempre pensato che godere delle cure parentali del Discus sia un’esperienza che almeno una volta nella vita tutti gli appassionati di acquariofilia dovrebbero provare. Nello stesso tempo, però, ho ritenuto opportuno approfondire anche la parte della dottrina che sponsorizza la riproduzione artificiale e onestamente mi sono trovato difronte a considerazioni altrettanto valide. Chi propende per questa soluzione, molto complicata a dirla tutta, ritiene che le coppie vengono stressate di meno, non dovendo portare a compimento tutto il ciclo riproduttivo ma solo la deposizione, con conseguente allungamento del ciclo vitale della coppia stessa. Inoltre, i piccoli discus non sono soggetti al passaggio di parassiti da parte dei genitori che avviene invece nella riproduzione classica. Insomma, tutte considerazioni abbastanza valide.

Di contro, è ovvio che la magia della riproduzione classica è un’altra cosa: osservare i dischetti che si cibano del muco dei genitori è qualcosa di spettacolare, indubbiamente. Le dinamiche di alternanza della cura della prole tra i genitori sono altrettanto interessanti.

Cosa fare dunque? Alla fine ho deciso di tentare il metodo classico, spostando la coppia in un cubo solo dopo aver maturato una certa affinità. Avevo avuto modo di sperimentare già una riproduzione artificiale con i Ramirezi e devo dire che il gusto che ti lascia una riproduzione “vera” non ha nulla a che fare con magari una più copiosa, ma non secondo natura.

Partiamo dunque con la prima fase dell’avventura. Innanzitutto, per avere una riproduzione serve una coppia certa, e la cosa vi assicuro non è assolutamente facile. Il consiglio è quello di acquistare un gruppetto di 5/6 giovani Discus da accrescere per poi veder formare le prime coppie. In alternativa potete accorciare i tempi e acquistare direttamente una coppia adulta, ma è una situazione che personalmente sconsiglio: nessun allevatore vi venderà mai una coppia valida e se probabilmente decide di privarsene significa che qualche problema c’è. Oltretutto, coppie giunte alla loro conclusione del ciclo riproduttivo non potranno certo migliorare in una nuova vasca. Altra considerazione riguarda il costo: molto più abbordabile per un gruppetto, molto elevato per una coppia.

Spinto da queste considerazioni ho optato per l’acquisto di un gruppetto di 5 elementi e non ho perso tempo ad allestire la vasca per l’accrescimento. La vasca dedicata è la solita Askoll Tenerif Stilus 120, misure 120x40x50 di oltre 200 litri netti. L’acquario è piantumato con piante alte sullo sfondo per concedere riparo ai Discus ogni volta che si sentiranno spaventati e anche per creare diverse zone d’ombra ogni qual volta crescendo piegheranno sulla superficie dell’acqua. Tutto ciò per creare luce soffusa che rende più tranquilli i miei ospiti. Per il resto piante da centro vasca e primo piano completamente aperto per il nuoto e l’alimentazione. I valori dell’acqua sono stati impostati sui seguenti: ph 6.5 kh 3 gh 5 no2 assenti no3 <10 mg/lt. La durezza è stata ottenuta tagliando l’acqua di rubinetto in ragione del 70% con acqua osmosi, mentre il ph viene mantenuto costante tramite erogazione di co2 (phmetro ed elettrovalvola). Per il resto, temperatura costante sui 29 gradi e periodo di luce di circa 9 ore quotidiane. La scelta degli esemplari da inserire è ricaduta sui Pigeon Checkerboard, per il semplice fatto che avendo allevato in passato dei Discus a fattore turchese, ora per la voglia di cambiare, ho optato per questa variante cromatica. Il risultato è quello che vedete di seguito.

In queste condizioni, dopo un lento e lungo ambientamento, i Discus non hanno faticato a crescere sani e nelle tempistiche giuste. I regolari cambi d’acqua settimanali, insieme ad una dieta varia e completa, arricchita con vitamine e aglio, hanno dato vita ad una buona crescita nei mesi di accrescimento. Arrivati ad una taglia di 14/15 cm, ho notato subito le varie dinamiche comportamentali che preludono alla formazione di una presunta coppia. Un paio di soggetti hanno iniziato ad appartarsi al lato sinistro della vasca, ovvero quello opposto alla mandata del filtro: luogo con poca circolazione di acqua e soprattutto con luce ancora più schermata. In breve tempo hanno relegato con atteggiamenti ostili, tutti gli altri verso il lato opposto. Solo l’ultimo anello della catena, era costretto a sostare perennemente dietro le piante alte del fondo.

Successivamente hanno dato vita ai classici inchini: partivano ad una certa distanza accelerando verso un punto di incontro e invece di scontrarsi, come fosse un litigio, piegavano il muso verso il basso, fermando poi la corsa uno accanto all’altro. Un inchino nel vero senso della parola.

Era evidente che assistevo a tutti i classici segni preliminari della formazione di una coppia. A conferma della mie sensazioni, giunsero i classici tremolii dei due soggetti difronte al luogo scelto per la prima deposizione: una foglia di Echinodorus Bleheri. La foglia, pulita con cura e con veemenza da entrambi i soggetti, ha ospitato la prima deposizione, ovviamente non andata a buon fine. Ma sicuramente la prima deposizione ha un obiettivo diverso: innanzitutto il dato di fatto che due elementi hanno deciso di deporre e che quindi le condizioni in vasca lo permettono, e soprattutto poter osservare gli organi riproduttivi dei due pesci e concludere che effettivamente i soggetti che stiano deponendo siano maschio e femmina. Per il resto, nessuna aspettativa di successo deve alimentare le speranze.

Nel mio caso specifico mi trovavo effettivamente difronte a due soggetti di sesso diverso: con l’esperienza precedente avevo imparato bene a riconoscere le diverse papille genitali del maschio e della femmina. E già questo era un buon punto di partenza, scongiurando la possibilità di deposizione tra due femmine dominanti, cosa non così rara nel caso di ciclidi in generale e nei Discus in particolare. La mia coppia, molto giovane, aveva dimostrato chiaramente di dover cercare ancora un certo affiatamento e per questo le deposizioni in comunità sarebbero state ancora diverse, prima dello spostamento nel cubo.

Man mano che queste esperienze si susseguivano, ho potuto osservare il miglioramento delle loro attenzioni: le uova non venivano più sparpagliate sul substrato, ma raggruppate in un’area più ristretta; il maschio passava subito dopo la deposizione per più volte sulle uova; nessuna veniva mangiata né dalla femmina né dal maschio.

Entrambi successivamente si alternavano nella ventilazione delle uova e nella difesa del territorio.

Ovviamente, causa condizioni dell’acqua non idonea, le uova non arrivavano mai alla schiusa. A questo punto ho pensato di verificare che i due soggetti non avessero problematiche legate alla fertilità. In una delle tante deposizioni, ho tolto il cono dalla vasca di comunità, e seguendo le indicazioni che circolano in rete, ho proceduto con la schiusa in artificiale. Le uova messe in una vaschetta con sola acqua osmosi e qualche goccia di blu di metilene, venivano areate da un tubicino per areatore posizionato sul lato opposto a dove erano adagiate. Circa tre bolle al secondo. In queste condizioni, con una temperatura sui 28 gradi, con mia grande gioia sono arrivato ad osservare la schiusa di qualche uova, una quindicina per la precisione.

Inutile dire che le larve successivamente non sono andate avanti nel loro processo di crescita, non attaccandosi mai alla sagoma discoidale in cui avevo spalmato il pastoncino all’uovo per i primi pasti. Ma tutto sommato, malgrado questo (le larve sarebbero morte in comunità come in tutte le altre deposizioni), finalmente potevo dire di avere in vasca una coppia vera di Discus e soprattutto, al di là dell’inesperienza, non aveva alcun problema di fertilità. Tutti gli obiettivi che mi ero prefissato di raggiungere in comunità potevano essere considerati ampiamente raggiunti, considerando anche il fatto che avevo imparato per bene a distinguere le uova non fecondate (bianche), quelle attaccate dai batteri o che per qualsiasi altro motivo non erano andate avanti (arancione chiaro), e quelle che si sarebbero schiuse (marroncino scuro con evidenti punti neri all’interno nel giorno della schiusa). Se osservate il video poco sopra sarete in grado di vedere le differenti colorazioni delle uova anche voi.

Detto questo, il passo successivo non poteva non essere che la predisposizione di un cubo da riproduzione. A mia disposizione avevo una vasca, non proprio cubica a dir la verità, di misure 50x40x50, di 90 litri netti. Le siliconature nere non erano proprio il massimo per il progetto riproduttivo, ma non potevo certo acquistare un’altra vasca. Come filtro ho optato per uno esterno, un pratiko 200 con un allestimento interno classico, con spugne e canolicchi, avendo però l’accortezza di lasciare vuoto l’ultimo scompartimento per il successivo inserimento di torba. Per il resto, completava l’assetto un termoriscaldatore da 300 watt e una piccola lampada led da 11 watt ancorata al bordo della vasca, lasciata aperta. Questa lampada risulta molto comoda, potendo gestire sia led bianchi che blu, in modo da generare una piccola luce lunare nel caso in cui si ritenesse necessaria nel momento della gestione delle larve da parte dei genitori.

Il cubo è stato riempito con acqua delle stesse caratteristiche di quella di comunità e lasciato a maturare per circa tre mesi e mezzo con pazienza e somministrazione di piccoli quantitativi di ammoniaca per permettere la proliferazione delle colonie batteriche nel filtro.

Dopo questo periodo di maturazione, ho inserito finalmente il cono di terracotta al centro e in maniera molto delicata ho spostato la coppia nel nido d’amore. Dopo qualche giorno di ambientamento, ho iniziato ad abbassare i valori con l’introduzione di 90 grammi di torba nell’ultimo cestello del filtro. Praticamente il quantitativo di un grammo per litro. Questa mossa, direi che è stata molto intelligente perché è bene generare un abbassamento graduale dei valori per ragioni ovvie. Nel giro di tre giorni il ph è sceso da 6.5 a 6.2, il kh rimasto costante a 3 e il gh a 5. Gli no2 ovviamente assenti, mentre gli no3 non hanno mai superato i 5 mg/l: le condizioni igieniche dell’acqua venivano infatti mantenute costanti mediante sifonature giornaliere con una siringa da 60 ml, ovviamente senz’ago. Infatti, una delle caratteristiche dell’acqua della riproduzione, è proprio quella di essere invecchiata ma nello stesso tempo molto pulita. Effettuare quindi sifonature giornaliere ma senza cambi d’acqua notevoli, è la chiave di volta. Per questo, armato di sana pazienza, aspiravo gli escrementi della coppia generando asportazioni di piccolissime quantità d’acqua (60 ml in 90 litri è nulla!). Questo rendeva l’acqua pulita e dava modo di invecchiare in maniera ottimale.

Certo, essendo aperto, il cubo generava comunque una maggiore evaporazione e alcune volte, circa ogni tre giorni, dovevo ristabilire il livello dell’acqua, altrimenti l’eccessivo movimento in superficie della mandata del filtro avrebbe innalzato il ph, cosa che ovviamente volevo evitare. Questi rabbocchi venivano effettuati esclusivamente con acqua ad osmosi, in modo che non si alterasse il ph in vasca.

Altra attenzione particolare riguardava l’alimentazione della coppia, mai copiosa per non determinare residui di cibo, altamente inquinanti, ma soprattutto ai primi segni di corteggiamento e quindi poco prima del tentativo di deposizione, il protocollo alimentare veniva sospeso completamente. Questo sia perché i pesci intenti al corteggiamento e alla pulitura del substrato non mostravano alcun interesse per il cibo, sia per evitare che anche dopo la deposizione, ci fossero residui inquinanti in acqua. E con una distesa di uova sul cono non è il caso di intervenire con sifonature: la coppia deve rimanere tranquilla nell’espletamento delle loro cure parentali.

La deposizione nel cubo, in queste condizioni, non ha tardato ad arrivare. Le fasi sono le medesime che si possono osservare in comunità: inchini, tremolii, pulizia del cono in maniera vigorosa, e soprattutto organi riproduttivi in bella mostra. Al termine della pulizia della superficie, la femmina dopo svariati tentativi a vuoto per testare il luogo prescelto, rilascia finalmente le uova. Il maschio attento, passa sopra le uova rilasciando il seme, che ha pochissimo tempo per fecondare l’uovo. I pesci andranno avanti così fino a deporre anche 300 uova nelle condizioni migliori. Se avete osservato bene il video della deposizione in comunità sapete già di cosa sto parlando.

Un’accortezza particolare nel cubo da riproduzione da adottare poco prima della deposizione, consiste nel bloccare completamente la pompa del filtro. Questo perché come detto, l’uovo di discus deve essere fecondato subito dal seme del maschio e una corrente, seppure minima, potrebbe rendere l’operazione molto difficile, con conseguente insuccesso. Personalmente quindi, ho sempre lasciato spento il filtro per circa un’ora e mezza e comunque fino a che mi sono reso conto che la deposizione era finita. Infatti, quando i pesci iniziano ad alternarsi nella ventilazione delle uova, è possibile riattivare il tutto.

Altra operazione che ho sempre fatto, è quella di spruzzare qualche ml di blu di metilene direttamente sulle uova adagiate sul cono. Questa operazione fatta mezz’ora dopo la deposizione non infastidisce la coppia e protegge le uova da attacchi batterici. Teoricamente, avendo valori molto acidi, che determinano una sorta di staticità batterica, questa operazione potrebbe anche essere superflua, ma tenete conto che male non fa ed io ho sempre pensato fosse positiva.

Nonostante tutte le accortezze e la cura maniacale dell’acqua la riproduzione nel cubo non ha avuto seguito. Ero convinto che i valori fossero ancora un po’ alti. La coppia, affiatatissima, aveva curato le uova come in comunità, ma sempre come le precedenti esperienze, passate le 30 ore, probabilmente vedendo che per i valori dell’acqua non consoni non si sarebbero mai schiuse, rimuoveva il tutto dal cono pulendo a fondo.

E qui la prima, forse unica, grossa domanda sulla riproduzione di successo dei Discus: quali sono i valori ideali? La risposta non esiste, l’ho capito alla fine di questa esperienza. Ogni coppia ha bisogno di valori a sé. Magari un’altra coppia avrebbe schiuso con successo nei valori che avevo io nel cubo, altre addirittura ai miei valori di comunità, ma altre ancora a valori decisamente più bassi. Quindi per avere successo non dovevo far altro che provare e trovare le condizioni giuste per la mia coppia.

Ho inserito quindi altri 45 g di torba nel filtro, mantenendo invariata la gestione del cubo descritta finora. Il risultato è stato quello di arrivare ai seguenti valori: ph 5.6 kh 1 gh 3 no2 assenti, no3 inferiori a 5 mg/l. E’ evidente che la torba non solo abbassava il ph, ma mangiava parecchio i carbonati eliminando il potere tampone che esercitano sull’acidità dell’acqua. La cosa non mi preoccupava più di tanto perché gli acidi umici rilasciati dalla torba rendevano i valori costanti molto più di quanto in comunità non lo facesse il ph metro con elettrovalvola e co2.

Con questi valori la deposizione avvenne in maniera più copiosa, ma anche in questo caso passate le 30 ore le uova sparirono. Ad onor del vero la percentuale di uova che imbrunivano era ancora bassa e forse la coppia non intendeva portarle avanti valutando lo sforzo troppo dispendioso per poi avere pochi esemplari da tirare su.

Ho inserito allora altri 45 g di torba. Il quantitativo totale era quindi di 2 g per litro. Ovviamente tutto ciò in maniera sempre graduale, senza dare alcun problema ai pesci, ha abbassato ulteriormente i valori: ph 5.2 kh 0 gh 2 no2 assenti no3 5 mg/l. A questo punto i valori del cubo erano davvero acidi e teneri. Non restava che continuare nella gestione del cubo maniacale e aspettare una nuova deposizione.

Purtroppo anche in questo caso la deposizione è andata male: in particolare ho notato che il maschio il secondo giorno ripuliva il cono come nelle precedenti esperienze, mentre la femmina continuava a rimanere basita difronte al cono vuoto; spesso continuava a ventilare anche senza uova. Armato di santa pazienza ho pensato allora di verificare che questa sua azione non fosse dettata dalle condizioni dell’acqua ma solo da un suo limite comportamentale, magari dettato dalla semplice inesperienza. Così, nella deposizione successiva ho utilizzato il famoso cilindro di rete in plastica a protezione delle uova: questa pratica da molti problemi, diciamolo subito, se non organizzata bene dall’inizio. Infatti, avendo messo il cilindro dopo circa mezz’ora dalla deposizione, i pesci vedendo un nuovo elemento in vasca non hanno gradito la novità ed hanno iniziato subito a disinteressarsi delle uova.

Senza ventilazione sapevo bene che le possibilità di successo erano al minimo: inoltre, avendo applicato un cilindro che partiva dalla base e copriva tutto il cono, di fatto nella zona di deposizione si formava una distanza di circa 3 cm dalla rete di protezione. Questo significava che anche se i Discus avessero pensato di tornare a curare le uova, di fatto la ventilazione a quella distanza sarebbe stata inutile ed inefficace. Ma ormai il dado era tratto e dovevo verificare se effettivamente l’acqua e l’igiene del mio cubo erano adeguate alla schiusa. Annotai solo che una protezione a forma conica con la medesima rete in plastica sarebbe stata più calzante per la situazione in quanto avrebbe ridotto magari a solo un cm la distanza delle uova dalla protezione, dando la possibilità ai genitori, se mai avessero voluto farlo, di tornare a ventilare efficacemente.

Nel frattempo, c’è da dire, il ph era sceso ulteriormente e registravo i seguenti valori: ph 4.9 kh 0 gh 3 no2 assenti no3 appena rilevabili. Mi impensieriva il gh a 3 con il kh a zero. Strana come correlazione, ma non avevo fatto alcuna operazione che avesse potuto far salire il valore della durezza totale. Pensai che forse la torba iniziava a far scemare il suo effetto.

In ogni caso nelle ore successive solo la femmina sembrava mostrare qualche interesse per le uova sul cono, ma più di sostare in contemplazione davanti alla protezione in rete, altro non faceva. Il maschio completamente disinteressato. Le operazioni di pulizia sempre costanti.

Dopo circa 20 ore ho notato le prime uova bianche: circa una decina su quasi 150 uova. Non una grande deposizione, ma questo non inficiava il mio scopo. Nelle successive ore il numero di uova bianche è aumentato, quasi raddoppiato. Tuttavia, nessun segno di muffa. Il resto delle uova infatti sembravano in buono stato.

Passate le 40 ore, ho potuto notare diverse uova, circa una trentina, scurirsi ulteriormente: avevo già ammirato questo cambiamento durante la schiusa in artificiale e sapevo che era il segno che erano feconde e che la larva si stava formando. Non riuscivo però a vedere la situazione delle uova poste non frontalmente, ma di fianco al cono: le pareti laterali ricoperte con adesivo bianco purtroppo mi limitavano nella visione. Ho provato dall’alto, ma a parte qualche uova bianca che risaltava bene, non ero in grado di valutare se oltre quella trentina frontale ci fossero anche altre uova feconde di lato.

La femmina ha cominciato allora a mostrare più interesse per le uova, mentre il maschio continuava a disinteressarsene. Se si fossero schiuse, sarebbe stata la conferma che le condizioni erano buone per la riproduzione e che il fallimento era dovuto a problematiche comportamentali della coppia, in particolare del maschio. Inesperienza? Voglia di tornare subito all’accoppiamento? Stress per inadeguatezza della prole? Non saprò mai le ragioni dell’atteggiamento del maschio, ma mi rimaneva la possibilità di far “apprendere” ad entrambi cosa accadeva se solo avessero portato a termine le cure parentali alle uova, invece di mangiarle.

La mia speranza era quella: avevo già sentito di coppie che alla vista forzata delle prime codine, successivamente si impegnavano di più fino ad arrivare finalmente alla riproduzione completa, con tutte le cure parentali necessarie.

Dopo 60 ore finalmente l’evento: trenta larvette agitavano la coda di primo mattino in maniera vigorosa e festiva. A quel punto con molta cautela ho rimosso il cilindro di rete. Dopo questa operazione la femmina è scappata subito a controllare la situazione e con mia grande sorpresa anche il maschio sembrava seriamente interessato alle larve. Ho potuto vedere distintamente sia la madre che il padre prendere in bocca le larve, masticarle per un po’ cercando di disinfettarle, e alla fine sputarle in un punto preciso del cono. Dopo circa dieci minuti tutte le larve erano compattate, disinfettate e sistemate in gruppo su un’area precisa: questo concedeva la possibilità ai genitori di procedere con la rimozione delle uova bianche senza avere tra i piedi le larve.

Con mia grande sorpresa i due si mostravano dei genitori davvero premurosi e per niente impacciati: come se nel corredo genetico sapessero perfettamente cosa e come fare difronte alla prole. Allora perché allo scoccare delle famose 30 ore il maschio mangiava le uova, se invece adesso era un padre perfetto? Probabilmente aveva solo bisogno di prendere coscienza della sua capacità riproduttiva e le successive deposizioni sarebbero andate sicuramente meglio.

Ho lasciato tranquilla la coppia tutto il giorno, alternandosi nella ventilazione anche delle larve. In verità la notte, allo spegnimento delle luci, ho pensato di lasciare accesa una luce lunare blanda: avevo sentito che molti allevatori utilizzavano questo espediente per consentire alla coppia di badare alle larve nottetempo. La risposta dei miei Discus è stata inequivocabile. Si sono mostrati subito molto contrariati della luce e infastiditi. Credo che come per me, anche per loro era stata una giornata carica di eventi e molto faticosa a livello di emozioni. Chiedevano quindi semplicemente di riposare, come è giusto che fosse.

Le larve hanno passato la loro prima notte indenne, al mattino erano ancora lì tutte compattate ad attendere e ricevere la cura dei genitori. Forse suggestionato mi sono sembrate già più grandicelle con il loro sacco vitellino in bella mostra.

Durante questa giornata ho continuato con un profilo basso riguardo le attenzioni della vasca, controllando solo di tanto in tanto la situazione da lontano. In realtà, in concomitanza con lo spegnimento delle luci ho avuto modo di applicare un sacchetto da torba direttamente sulla griglia di aspirazione del filtro, onde evitare di far risucchiare le larve in futuro. Ho ben pensato di ridurre anche la mandata del filtro per creare meno corrente e quindi agevolare quello che sarebbe stato di lì a qualche giorno il tentativo delle larve di raggiungere i genitori attraverso il nuoto libero. Una forte corrente credo che avrebbe ostacolato e non poco il nuoto blando di quegli esserini. L’operazione non ha avuto nessuna ripercussione particolare sulla tranquillità della coppia in quanto effettuata a luci spente. I piccoli si accingevano ad affrontare la loro seconda notte di vita.

Il terzo giorno è trascorso tranquillo, potevo però vedere le larvette crescere ed alcune iniziare a consumare il sacco vitellino che appariva sempre meno evidente. Trascorse quindi le 60 ore dalla schiusa, qualcuna ha iniziato a provare il nuoto libero. Il padre però prontamente le accoglieva in bocca per poi risputarle nel cono.

Con il passare delle ore quasi tutto il gruppo ha iniziato a nuotare e allora per entrambi i genitori l’operazione di tenerle compattate sul cono diventava sempre più impossibile. Devo dire però che questo primo approccio degli avannotti sul corpo dei genitori sortiva il suo effetto: infatti i pesci iniziavano a scurire le pinne e la livrea in generale, per quanto possano farlo dei Pigeon! Però vederli affaccendati mentre cercavano di gestire quel gruppetto di monelli è stato veramente divertente. In tardo pomeriggio i piccoli erano ormai incontenibili: alla fine i genitori si sono rassegnati ad accoglierli sul loro corpo e gli avannotti hanno potuto consumare il loro primo vero pasto della giornata.

Prima dello spegnimento delle luci vedevo in forte difficoltà la coppia. Sono rimasto quindi a luci spente ad osservare cosa accadeva nel cubo. Gli avannotti cominciavano a sparpagliarsi senza che i due riuscissero a recuperarli tutti. Allora ho deciso di applicare una piccola luce lunare composta da 4 led blu per vedere se poteva essere di aiuto. Ricordavo che il tentativo precedente era andato male, e i Discus si erano dimostrati davvero infastiditi. Ma magari stavolta ne sentivano la necessità. Ed infatti grazie alla fioca luce notturna entrambi sono riusciti a recuperare anche i più incalliti fuggiaschi e li hanno posizionati in ordine sul cono. Devo dire che anche la prole una volta percepita la differenza di luminosità si sono calmati parecchio, accettando il riposizionamento dei genitori sul cono. La notte è quindi trascorsa tranquilla in queste condizioni.

Ho applicato la luce lunare solo per i primi due giorni di nuoto libero: ho pensato che la coppia dovesse riposare a luci spente, avendo passato due giorni molto intensi a livello di attenzione. Ho quindi spento la luce lunare ed ho lasciato accesa la luce della stanza per dieci minuti solo per farli abituare gradualmente al buio. La mattina del quarto giorno di nuoto libero tutti i piccoli erano sparpagliati in giro per la vasca, ma appena ho aperto le finestre nella stanza i genitori belli riposati si sono subito riattivati ed hanno raccolto tutti vicino al cono. Successivamente è partita la prima colazione sul padre. In questo giorno ho pensato bene di iniziare ad organizzare la schiusa delle artemie che verranno somministrate a partire dal 5 giorno di nuoto libero.

La somministrazione di artemia è andata più che bene: anche se non tutti, molti l’hanno accettata volentieri. Era palese il rosso arancione del loro pancino. Questa sorta di indipendenza alimentare, ho avuto però l’impressione che determinasse una sorta di maggiore indipendenza anche dal punto di vista natatorio. Infatti, gli avannotti si mostravano sempre più vivaci e non sostavano più spesso sul corpo dei genitori, acquisendo sempre più dimistichezza con la superficie della vasca. Purtroppo in questo frangente sono emersi tutti i limiti della mia scelta del filtro esterno per la riproduzione. Metà covata è stata risucchiata dalla griglia di aspirazione, la quale, sebbene coperta con una calza fine, evitava si l’aspirazione, ma risucchiava gli avannotti che incuriositi si avvicinavano molto alla griglia. Da qui la lezione che l’assetto migliore per una riproduzione nel cubo è rappresentato da un classico filtro ad aria. Imparata la lezione, ho messo subito in funzione un filtro ad aria in parallelo con quello esterno: quest’ultimo avrebbe dato modo al primo di maturare con calma e nella successiva riproduzione avrei potuto spegnerlo nel momento del nuoto libero delle larve, evitando le problematiche già vissute.

Inoltre, cosa non trascurabile, notavo un certo nervosismo dei genitori riguardo la presenza della prole: il dubbio che anche loro avessero contribuito alla sparizione di qualche piccolo mi attanagliava. La femmina cominciava a beccare spesso e volentieri il cono e il maschio ogni tanto le dava qualche colpetto sull’addome. Secondo i segni che vedevo, la coppia era decisa a rideporre pur non avendo portato a termine la prima riproduzione. Che fare in queste circostanze? Probabilmente la scelta migliore era lasciare fare alla natura: i Discus avrebbero eliminato la prima prole a scapito di un secondo tentativo forse più cosciente. Ma cavoli! Dopo tutta quella fatica un povero acquariofilo, forse anche egoisticamente, si pone delle domande!

Quindi, notando che ormai tutti i piccoli accettavano di buon grado l’artemia, decisi di spostarli in un breeding box esterno per tentare di portare avanti la loro crescita. E devo dire che la scelta ha ripagato le aspettative: nel box i piccoli mangiavano più agilmente ingenti quantitativi di artemia, colorando i loro pancini di un arancione evidente, cosa che nel cubo, viste le dimensioni notevolmente diverse, non riuscivano a pieno a fare. Un ricircolo continuo dell’acqua rendeva la situazione ideale e stabile.

Nello stesso tempo, tolti gli avannotti al 7 giorno di nuoto libero, i genitori, come avevo bene intuito, hanno deposto il giorno dopo! Questa volta l’affiatamento sembrava davvero notevole: entrambi ventilavano le uova con trasporto e attenzione.

I piccoli invece nel box crescevano a vista d’occhio e non hanno faticato a superare i dieci giorni di nuoto libero. Dividevo il mio tempo tra la gestione del cubo e la gestione del breeding box, sempre in maniera maniacale ed attenta.

Questa volta nel cubo non avrei utilizzato il cilindro di rete, volendo verificare se i miei amici avessero imparato la lezione! E devo dire che l’hanno imparata eccome. Dopo le fatidiche 30 ore le uova erano ancora tutte lì, il maschio non aveva rimosso nulla. Anzi, quelle poche bianche erano state prontamente isolate ed eliminate. Allo scoccare delle 40 ore vedevo chiaramente una sessantina di uova imbrunire come da programma. Nonostante non avessi interrotto subito il filtro, la schiusa sarebbe stata più copiosa rispetto alla prima, quasi raddoppiata. All’alba del terzo giorno, potevo osservare tutte le codine sventolare sotto lo sguardo attento della madre che continuava ad ossigenarle.

I giorni successivi sono trascorsi senza grossi problemi, e come la precedente covata, arrivate al terzo giorno dalla schiusa le larvette hanno iniziato il loro primo nuoto libero. Come sempre qualche tentativo dei primi pionieri, poi in massa sono saltate tutte sul corpo dei genitori, che come sempre cercavano di affannarsi nella gestione della prole. Anche in questo caso l’esperienza passata ha avuto i suoi benefici: i genitori erano meno agitati, più sicuri di quello che dovevano fare e soprattutto lo facevano meglio. Quindi, sebbene il loro corredo genetico li avesse guidati anche nella prima riproduzione, devo dire che l’esperienza conta, eccome, nel miglioramento di tutto il processo riproduttivo. Tra l’altro, il numero maggiore di larve li impegnava molto di più rispetto al passato e credo che in questo caso l’esperienza maturata abbia giocato un ruolo davvero importante

Nel frattempo gli avannotti della prima covata continuavano a crescere alimentati da sei pasti di artemia. In verità al raggiungimento del 15 giorno di nuoto libero ho iniziato anche la somministrazione di un pasto secco, polverizzando il mangime dei genitori. Devo dire che la prima somministrazione non è andata proprio granchè: i piccoli assaggiavano il cibo ma lo risputavano senza provare il secondo assaggio. Inoltre, cosa non trascurabile, una volta raggiunto il fondo non veniva degnato del minimo interesse. I naupli, con il loro nuoto e movimento, risultavano ancora un richiamo troppo forte, che il cibo inanimato ancora non concedeva. Tuttavia, cosa molto positiva, avevano finito l’ambientamento ai valori di allevamento in maniera indolore: il tutto effettuato giornalmente con dei cambi goccia a goccia che hanno reso l’operazione molto efficiente e soprattutto graduale.

TO BE CONTINUED…
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